L'Argentina di origine italiana

05-11-2018 | Attualitá

Mario Basti a dieci anni dalla morte

Nel decimo anniversario della scomparsa del Dott. Mario Basti, direttore del Corriere degli Italiani negli anni ‘60 e ‘70 e fondatore della TRIBUNA ITALIANA, nel 1977. Dante Ruscica, che fu redattore capo del Corriere fino al 1972, lo ricorda in un articolo nel quale mette in risalto il significativo contributo dato del Dott. Basti dalle pagine delle due testate, alla stampa in lingua italiana in Argentina, nel quadro della storia dell’emigrazione italiana in questo Paese.

La stampa in lingua italiana in Argentina merita sempre una menzione speciale, un capitolo tutto suo nel contesto della storia della grande emigrazione. A questa storia appartiene la figura di Mario Basti nato in Abruzzo e deceduto giusto dieci anni fa qui a Buenos Aires, dopo aver dedicato grande impegno alla diffusione della buona immagine dell’Italia in Argentina, a ravvivare la cultura italiana, a coltivare una tradizione unica di hermandad e di convivenza. 

Abbiamo detto qualche volta che, in questo, Mario Basti svolse un’opera da missionario. Al di là dei valori professionali -che gli erano propri in alto grado- il suo giornalismo fu infatti sempre impegno di italianità, vocazione di testimoniare, illustrare, far valere l’importanza di questa storica presenza unica che fu come l’innesto d’una nazione in un’altra.

L’ambasciatore Ludovico Incisa di Camerana –un letterato prestato alla diplomazia-  non a caso era arrivato alla conclusione che “l’Argentina per gli italiani finì per trasformarsi in un destino, più che in  una  terra d’emigrazione come un’altra”. A  ciò in definitiva rispondeva -a ben pensare- l’impegno di Basti nel promuovere l’attività del giornale anche al  di là della propria funzione  informativa, con un programma di iniziative  che sottintendeva  urgenze e valori ed esigenze ben diversi e certo di maggior impegno  e significato.

Nell’immediato dopoguerra, quando Basti -appena laureato alla Cattolica di Milano- giunse giovane in Argentina, questo Paese appariva più che mai aperto e disponibile nel facilitare l’arrivo di una nuova ondata di emigrati italiani. Buona memoria. Qualcuno che governava allora sapeva di che si trattava. L’emigrazione piemontese, quella ligure, napoletana, abruzzese, calabrese, romagnola, veneta, friulana nei decenni precedenti aveva lasciato tracce ben concrete e significative  nel divenire argentino. Il lavoro di tanta gente giunta dai campi italiani dalla metà dell’Ottocento e nei primi del Novecento aveva qualcosa da vedere con la crescita spettacolare al Rio de la Plata d’una giovane nazione trasformata in emblematico  “granero del mundo”.

E questo era uno storico biglietto da visita onorevole e più che dignitoso  per chi arrivava non più  coi grandi baffi dei contadini piemontesi, ma con titoli universitari, con esperienze -non solo quelle amare della guerra e della dittatura- ma portandosi dietro il proposito  e la volontà di una società già tutta presa dalla febbre della ricostruzione e dal consolidamento di  idee nuove e diverse da sperimentare nella ricerca di convivenza pacifica e democratica, dopo la grande tragedia.

L’Argentina era vista allora come un’aiuola di pace dove, in primis -fatto importante- non mancava il pane. Era come un approdo consolatorio per chi arrivava con voglia di ricominciare. “Qui è tutto da fare”, si diceva allora in Argentina, puntando a invogliare forze e iniziative verso l’incipiente industrializzazione.

Per gli italiani in cerca di lavoro fu un invito a nozze. Per i loro antenati del secolo precedente era scattato l’invito a costruire il “granero del mundo”, ora l’invito -esplicito o sottinteso- riguardava l’evoluzione da ancorare anche nel ciclo industriale, qui ai suoi primi passi. E la storia racconta una fioritura di iniziative, “talleres”,officine, piccole e medie iniziative -in parte destinate a trasformarsi talvolta, col tempo, anche  in grandi industrie- e laboratori d’ogni mestiere, intitolati a nomi italiani. Si ripeteva la storia della hermandad italo-argentina fondata sul lavoro e la civile convivenza, nella ricerca di rifarsi, rimboccandosi le maniche: come in Italia per ricostruire il Paese, qui si trattava -per tanti- dell’ aspirazione a  tornare a vivere. In entrambi i casi l’imperativo fu quello di rimboccarsi le maniche, senza dubbio.

In questo clima di settimanali arrivi di bastimenti  strapieni d’italiani, sbarcò Mario Basti a Buenos Aires.  Col passar degli anni, poi, qualche volta  tornava alle sue memorie di allora, raccontando: a noi in redazione e ai lettori attraverso tanti articoli. Ci raccontava -fondamentale- il suo incontro con Ettore Rossi, che aveva appena fondato il “Corriere degli Italiani” dove Basti entrò subito a lavorare.

Rossi era un emigrato d’altri tempi, laico e forse anche ateo, nobile e generoso nel suo impegno civico e nel suo antifascismo morale e politico. Basti vantava un’attiva militanza nei movimenti cattolici del Sud e del Nord del nostro Paese e una freschissima esperienza di apertura politica generosamente democratica. Li accomunava l’impegno di portare avanti, attraverso il giornale, un discorso di pacificazione degli animi tra quanti arrivavano provati da tanti drammi e i vecchi residenti forse troppo assuefatti a modi e forme solo locali, e certo lontani dalle tristi esperienze che  appesantivano il fardello di chi arrivava dopo la guerra.  Non a caso il “Corriere degli Italiani” Rossi l’aveva fondato “Con lo sguardo verso l’avvenire”, come scrisse nella prima copertina.

Mario Basti abbracciò quella causa -l’abbiamo detto- con spirito da missionario. Restò accanto a Rossi per tanti anni  e quando il direttore mancò -nel 1960-  fu suo successore e ne continuò l’opera, accentuando, in più, l’idea del  giornale  elemento essenziale nella vita della collettività, anche perché lui  non era -come Rossi- per niente condizionato da vecchie inevitabili  ruggini e polemiche d’altri tempi nella comunità. E come nuovo direttore rivelò  subito doti di saggio amministratore senza per nulla alterare  il suo ruolo e la sua vocazione di giornalista impegnato e sensibile. Fece del giornale un osservatorio di rilievo anche rispetto al panorama argentino che firmava ogni giorno.

 Il “Corriere” guidato da Basti sbarcò più che mai nella vita della collettività, facendola da protagonista, sia quando promuoveva la campagna di raccolta di fondi per contribuire a riscattare Firenze da una tragica alluvione, che quando partecipava all’organizzazione dello “Sportivo Italiano”, o quando sosteneva l’assistenza sociale, specialmente in tema di previdenza. Volle anche accanto al giornale una grande rivista mensile, come pure un settimanale sportivo. E furono degni di nota anche  le edizioni speciali per le visite dei presidenti Gronchi e Saragat, negli Anni Sessanta.

Cioè, il suo contributo all’evoluzione  del giornale come tale fu immenso e molteplice. La redazione diretta da Rossi era stata una ventata di geniali professionisti che Basti mantenne e rinnovò con intelligenza, insistendo sulle attività culturali parallele, estensive, esaltando il modello italiano delle piccole e medie imprese di cui si fece in quei tempi un gran parlare in Argentina, per esempio, oppure impulsando, diffondendo in mille modi qui la cultura cinematografica innovativa dell’Italia d’allora, che fu gran parte dell’ immagine del nostro Paese in quegli anni e che gli argentini amavano e preferivano, sentendosi partecipi e identificati da storie e personaggi del nostro schermo, come scriveva allora niente meno che la stessa Victoria Ocampo.

L’idea  d’un vistoso   protagonismo del giornale nella collettività l’aveva appreso da Rossi che teneva molto a dare un tono tutto speciale al “giornale di collettività”, che aveva e doveva avere un carattere diverso da altri modelli di giornale, spiegando ed esaltando di continuo  l’idea che il giornalismo in lingua italiana in Argentina rappresentava un capitolo determinante nel contesto della storia dell’emigrazione.

Una storia che forse nessuno scriverà mai, ma che produsse sin da anni assai lontani dell’Ottocento -prima ancora dell’Unità d’Italia- una miriade di fogli in lingua italiana: prezioso e prestigioso  sostegno e diffusione delle opere e del lavoro  dei connazionali, che ci faceva tanto citare il caso emblematico del quotidiano “La Patria degli Italiani” e di tante altre testate.

  Scavando in questa storia di giornali italiani, tra l’altro, era facile dedurre che se sin dagli Anni Trenta dell’Ottocento esistevano qui giornali in italiano era chiaro che l’emigrazione italiana non era stata poi tanto analfabeta. I giornali qualcuno li faceva e qualcuno li leggeva, no?

Così la presenza, il protagonismo del Corriere degli Italiani -prima con Rossi e poi con Basti- andò in crescendo. Anche Vittorio Gassman invitato alla radio e alla Tv locali citava i numeri speciali del nostro giornale nelle visite presidenziali.

Poi, a un certo punto, verso la fine degli Anni Settanta -per eventi mai del tutto chiariti, maturati più in Italia che qui- la proprietà del giornale diede segni d’esaurimento  e cessò il Corriere, segnando l’inizio d’un altro tempo.

Per Mario Basti fu una dura prova, deprecabile, scoraggiante.

La pausa tuttavia durò poco. Anche in quel difficile quarto d’ora seppe reagire  senza abdicare alla vecchia idea del giornale “bandiera di italianità”. Fondò la Tribuna Italiana che guidò fino alla sua morte, dieci anni fa, lasciando la direzione in eredità al figlio Marco.

Panta rei, dicevano i filosofi greci, tutto scorre. Il tempo ci passa addosso e cambiano fatti e persone, mutano i tempi e si rinnovano le generazioni. Oggi  il discorso sui giornali -che già da tempo  non sono più protagonisti unici dell’informazione- è in rapida evoluzione e con destino non si sa bene verso che fase culminante. Ci si informa in altra maniera e in mille modi diversi. Anzi, l’informazione ci pedina e ci perseguita con fasce di notizie non di ieri, ma di un minuto fa. Dovunque  esploda una novità viene subito raccolta, propagata, globalizzata e servita su mille vassoi non sempre dorati, ma sempre  insistenti, assillanti senza grande tregua per la riflessione su quanto avviene e come  avviene nel girare perpetuo del mondo alla ricerca di convivenza tra esseri umani che si muovono sempre più in massa...

Ma tutto questo certo non vuol dir, come diceva il ritornello d’una vecchia canzone.

Non vuol dire, cioè, che si possa gettare alle ortiche la storia d’una pagina così viva, originale, socialmente meritoria e culturalmente valida ed esemplare come la vicenda della stampa italiana in Argentina -che risale ai primi fuorusciti mazziniani- con fogli stampati e diffusi qui in lingua italiana sin dal 1836. Ed anche per tutto questo -al di là dell’ovvia emotività personale- ci sembra un ineludibile  atto dovuto  ricordare a dieci anni dalla morte un pioniere e missionario dell’Italianità come Mario Basti, che seppe esaltare la professionalità dell’informazione anche come impegno civile e rigorosa testimonianza di questa  vicenda storica unica che è la presenza italiana in Argentina. 

Direttore del Corriere degli Italiani, fondatore della TRIBUNA ITALIANA. Il Dott. Mario Basti in una fotografia che lo ritrae nel suo ufficio della Direzione del Corriere degli Italiani nel 1963. Nato a Ortona, in Abruzzo, nel 1922, arrivò in Argentina nel 1948. Iniziò a lavorare subito nel Corriere degli Italiani del quale fu direttore tra 1960 e 1976. Fondò la TRIBUNA ITALIANA nel 1977, dirigendola fino al 1996. Morì il 5 novembre 2008.

 

 

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