24-06-2012 | Opinioni

Riforme sí... sempre se approvate dagli elettori

E' illusorio sperare che l'attuale Parlamento approvi le riforme che sono necessarie, a meno che esse vengano attuate non dalla prossima legislatura, ma dalla successiva. Sarebbe un modo di evitare che gli interessi particolari intralcino il cammino delle modifiche. Dimezzamento degli attuali parlamentari, e la necessità di coinvolgere i parlamentari eletti all'estero, nel quadro di un nuovo disegno strategico e geopolitico del Paese Di DOMENICO DI TULLIO....

 

È illusorio sperare che i nostri politici con mandato in vigore, che hanno legittimità di origine peró non già quella di esercizio, facciano le profonde riforme di cui ha bisogno l`Italia,  prima delle elezioni del 2013.

In effetti, la società italiana vive momenti di caos ma i politici sono incapaci di trovare delle soluzioni.

Al pari del resto dell'Europa, l’Italia è stata investita da una crisi che non ha visto arrivare e per la quale non era preparata.

Il Bel Paese ha punti di forza e fragilità strutturali ed è in ragione di queste due facce della moneta che la crisi si presenta con caratteristiche proprie, diverse da quanto avviene in Grecia, o in Spagna, o in Francia o in Germania.

Tra i punti negativi che deve scontare l'Italia, c'é quello di una classe politica messa in dubbio che si dimostra incapace di reagire alla situazione e di creare i presupposti necessari, non solo per superare la crisi, ma anche per rilanciare il paese, attraverso un disegno geopolitico e strategico condiviso.

E’ stata proprio l’incapacità dei politici italiani di superare la situazione di stallo, in un momento in cui il Paese era stato preso di mira dalla speculazione, a determinare la nascita del governo guidato da Mario Monti.

Ma l’evolvere della situazione politica, economica e sociale sembra portare alla conclusione che Monti può essere un grande specialista in economia, un tecnico preparato e apprezzato, ma non è né un politico né uno statista e queste mancanze ci portano a guardare ancora ai politici, ai partiti, alla politica.

Negli ultimi tempi, a causa, tra l`altro, di quanto detto, è cresciuto il fenomeno dell’antipolitica, della quale il Movimento Cinque Stelle del comico Beppe Grillo è l’espressione più vistosa, ma non l’unica.

Nelle analisi degli specialisti, i partiti in grado di proporrere un futuro migliore per l`Italia e per gli italiani, o i  movimenti espressione dell’antipolitica, potrebbero ottenere risultati molto importanti e piazzarsi, addirittura, nei primi posti nelle prossime elezioni politiche. Da esse dovrà sorgere il Parlamento che, tra l’altro, dovrà eleggere, nel mese di maggio dell’anno venturo, il nuovo Presidente della Repubblica.

Peró una delle più chiare manifestazioni dell’incapacità e dell’immobilismo messi in evidenza da politici e partiti italiani,  è appunto la questione delle riforme istituzionali, a cominciare dalla riforma del Parlamento, con la necessaria riduzione della moltitudine di parlamentari: 315 senatori e ben 630 deputati, cioè quasi mille persone tra Camera e Senato. Ai quali vanno aggiunti segretari, e portaborse vari, che non solo sono diventati un peso economicamente rilevante, ma poi si sono dimostrati di una inefficienza disarmante. Un fenomeno che d`altra parte si ripete nelle oltre venti regioni, nelle oltre cento province, negli oltre ottomila comuni, con sfacettature diverse.

Se ne parla da anni, ma veti incrociati per motivi ideologici, difese a spada tratta degli interessi delle varie corporazioni e la paura di perdere la propria poltrona, hanno reso vani tutti i tentativi finora messi in campo.

 

Un invito alla responsabilità, senza rischi immediati per la carriera

Ma ci troviamo in un momento in cui la situazione di gravità poche volte registrata nella storia della Repubblica, dovrebbe portare partiti e politici a cercare una via per uscire dall’impasse. Una via di uscita che per essere trovata da questa classe politica, dovrebbe far coincidere gli interessi del Paese nel riformare le sue istituzioni, rendendole più snelle, meno costose ma più efficaci ed efficienti, con la  tranquillitá per i politici di non “rischiare” da subito, di non dover affrontare la rilevante possibilitá di restare senza lavoro.

Ci vorrebbe quindi un patto tra le forze politiche principali: il Pdl, il Pd e l’Udc, aperto naturalmente agli altri partiti che vorranno aderire all’iniziativa, per riformare le istituzioni e cogliere l’opportunità di rilanciare l’Italia, portandola fuori dalla crisi e dentro al cerchio ristretto dei paesi più virtuosi.

 

Le premesse del Patto

Tutte le proposte finora dibattute, sono state viziate da potenziali conflitti d’interesse (personali, di partito, di settori, ecc.). Così viene percepito dalla società italiana.

Per cui una riforma per rilanciare l’Italia e portarla tra i paesi di punta, solo potrà avere successo se sarà proposta da un partito, o ancor meglio ancora se in accordo tra i partiti, e confermata dal voto popolare.

Un accordo tra le forze politiche animate dallo stesso spirito che animò i Padri Costituenti per  far rialzare l’Italia nell’ultimo dopoguerra, o la classe politica che affrontò la sfida degli anni di piombo o i patti in paesi percossi da divisioni apparentemente insanabili, come la Spagna con l’accordo della Moncloa.

Non ha senso quindi di insistere con riforme solo di facciata che, anzi, se approvate potrebbero provocare ulteriori paralisi per affrontare le riforme necessarie.

 

A proposito delle riforme necessarie

Vista la situazione da chi, come noi, risiede fuori dall’Italia, ma segue con interesse, con passione e in questi momenti con apprensione la situazione della Penisola, sembra evidente che tra i punti sui quali i partiti dovrebbero trovare i necessari accordi, ci sono:

-La riduzione del numero dei parlamentari. E’ indispensabile almeno il dimezzamento del numero di senatori e deputati, sia per ragioni economiche, sia per questioni di efficienza dei lavori parlamentari. L’Italia ha uno dei parlamenti più “pesanti” per numero di deputati e senatori, tra i paesi più sviluppati. In genere (Francia, Germania, Giappone, Stati Uniti) il numero di parlamentari oscilla tra i 500 e i 600 membri tra deputati e senatori, mentre quello dell’Argentina è di poco superiore ai 300 membri (257 deputati, 72 senatori).

In alternativa dovrebbe essere trovato un accordo per una riduzione seria –non meno della metá- del loro numero, stabilendo criteri, come gia presenti in qualche proposta di legge, come numero di abitanti o estensione territoriale.

-       Gli italiani all’estero siamo abituati a impegnarci per l’Italia, a fare la nostra parte, perciò se fosse necessario, si potrebbe anche pensare alla riduzione del numero dei parlamentari eletti all’estero, secondo quanto prevedono alcune proposte di modifica. Ma ci vorrebbe una profonda riflessione prima di prendere tale decisione, non solo e non tanto perché ognuno degli attuali 6 senatori e 12 deputati rappresentano un numero molto più alto di italiani di quanti rappresentano gli eletti in Italia, ma specialmente perché la loro presenza in Parlamento dev’essere parte del disegno geopolitico italiano. Anzi, proprio uno dei pilastri del disegno geopolitico italiano dovrebbe essere lo sfruttamento della risorsa costituita dagli italiani all’estero, perché produca benefici per l’Italia, per le comunità all’estero e per i paesi dove essi risiedono. C’è tutto da guadagnare da uno sfruttamento maturo e intelligente di questa risorsa. È chiave approfondire insieme questo discorso.

-Riduzione del costo della politica, attraverso una legge che limiti il finanziamento ai partiti che abbiano ottenuto seggi nel Parlamento, non inferiore al 30/40% del costo attuale.

-Per le altre riforme (riduzione delle regioni, abolizione  o riduzione delle province, sistema presidenzialista, ecc.), il patto dovrebbe impostarle in maniera da dargli anche all`elettorato una partecipazione importante.  

 

Non perdere più tempo: per le riforme partire dal 2018 invece del 2013

Solo un accordo tra i principali partiti, stabilendo le riforme a partire non dalla prossima, ma dalla successiva legislatura, potrebbe trovare il facile e sufficiente consenso tra i quasi mille parlamentari che dovrebbero approvarla, poichè non ci sarebbe il timore di perdere l’opportunità della riconferma elettorale, facilitando in questo modo la disponibilità d’animo degli attuali politici per accettare un accordo sulle riforme.

L’augurio è che prevalga il buonsenso. Altrimenti bisognerà ripartire daccapo nel 2013 con parlamentari  di nuovi partiti antipolitica e magari antisistema che, essendo al loro primo mandato, sicuramente penseranno che un secondo periodo almeno, è necessario per...  assicurare il cambiamento! Ragion per cui non cambierebbero niente.

O come insegnava il Principe di Salina, cambierebbero qualcosa, perché niente cambi!

 

Domenico N. G. Di Tullio


 

24-06-2012 | Opinioni

Riforme sí... sempre se approvate dagli elettori
E' illusorio sperare che l'attuale Parlamento approvi le riforme che sono necessarie, a meno che esse vengano attuate non dalla prossima legislatura, ma dalla successiva. Sarebbe un modo di evitare che gli interessi particolari intralcino il cammino delle modifiche. Dimezzamento degli attuali parlamentari, e la necessità di coinvolgere i parlamentari eletti all'estero, nel quadro di un nuovo disegno strategico e geopolitico del Paese Di DOMENICO DI TULLIO....

 

È illusorio sperare che i nostri politici con mandato in vigore, che hanno legittimità di origine peró non già quella di esercizio, facciano le profonde riforme di cui ha bisogno l`Italia,  prima delle elezioni del 2013.

In effetti, la società italiana vive momenti di caos ma i politici sono incapaci di trovare delle soluzioni.

Al pari del resto dell'Europa, l’Italia è stata investita da una crisi che non ha visto arrivare e per la quale non era preparata.

Il Bel Paese ha punti di forza e fragilità strutturali ed è in ragione di queste due facce della moneta che la crisi si presenta con caratteristiche proprie, diverse da quanto avviene in Grecia, o in Spagna, o in Francia o in Germania.

Tra i punti negativi che deve scontare l'Italia, c'é quello di una classe politica messa in dubbio che si dimostra incapace di reagire alla situazione e di creare i presupposti necessari, non solo per superare la crisi, ma anche per rilanciare il paese, attraverso un disegno geopolitico e strategico condiviso.

E’ stata proprio l’incapacità dei politici italiani di superare la situazione di stallo, in un momento in cui il Paese era stato preso di mira dalla speculazione, a determinare la nascita del governo guidato da Mario Monti.

Ma l’evolvere della situazione politica, economica e sociale sembra portare alla conclusione che Monti può essere un grande specialista in economia, un tecnico preparato e apprezzato, ma non è né un politico né uno statista e queste mancanze ci portano a guardare ancora ai politici, ai partiti, alla politica.

Negli ultimi tempi, a causa, tra l`altro, di quanto detto, è cresciuto il fenomeno dell’antipolitica, della quale il Movimento Cinque Stelle del comico Beppe Grillo è l’espressione più vistosa, ma non l’unica.

Nelle analisi degli specialisti, i partiti in grado di proporrere un futuro migliore per l`Italia e per gli italiani, o i  movimenti espressione dell’antipolitica, potrebbero ottenere risultati molto importanti e piazzarsi, addirittura, nei primi posti nelle prossime elezioni politiche. Da esse dovrà sorgere il Parlamento che, tra l’altro, dovrà eleggere, nel mese di maggio dell’anno venturo, il nuovo Presidente della Repubblica.

Peró una delle più chiare manifestazioni dell’incapacità e dell’immobilismo messi in evidenza da politici e partiti italiani,  è appunto la questione delle riforme istituzionali, a cominciare dalla riforma del Parlamento, con la necessaria riduzione della moltitudine di parlamentari: 315 senatori e ben 630 deputati, cioè quasi mille persone tra Camera e Senato. Ai quali vanno aggiunti segretari, e portaborse vari, che non solo sono diventati un peso economicamente rilevante, ma poi si sono dimostrati di una inefficienza disarmante. Un fenomeno che d`altra parte si ripete nelle oltre venti regioni, nelle oltre cento province, negli oltre ottomila comuni, con sfacettature diverse.

Se ne parla da anni, ma veti incrociati per motivi ideologici, difese a spada tratta degli interessi delle varie corporazioni e la paura di perdere la propria poltrona, hanno reso vani tutti i tentativi finora messi in campo.

 

Un invito alla responsabilità, senza rischi immediati per la carriera

Ma ci troviamo in un momento in cui la situazione di gravità poche volte registrata nella storia della Repubblica, dovrebbe portare partiti e politici a cercare una via per uscire dall’impasse. Una via di uscita che per essere trovata da questa classe politica, dovrebbe far coincidere gli interessi del Paese nel riformare le sue istituzioni, rendendole più snelle, meno costose ma più efficaci ed efficienti, con la  tranquillitá per i politici di non “rischiare” da subito, di non dover affrontare la rilevante possibilitá di restare senza lavoro.

Ci vorrebbe quindi un patto tra le forze politiche principali: il Pdl, il Pd e l’Udc, aperto naturalmente agli altri partiti che vorranno aderire all’iniziativa, per riformare le istituzioni e cogliere l’opportunità di rilanciare l’Italia, portandola fuori dalla crisi e dentro al cerchio ristretto dei paesi più virtuosi.

 

Le premesse del Patto

Tutte le proposte finora dibattute, sono state viziate da potenziali conflitti d’interesse (personali, di partito, di settori, ecc.). Così viene percepito dalla società italiana.

Per cui una riforma per rilanciare l’Italia e portarla tra i paesi di punta, solo potrà avere successo se sarà proposta da un partito, o ancor meglio ancora se in accordo tra i partiti, e confermata dal voto popolare.

Un accordo tra le forze politiche animate dallo stesso spirito che animò i Padri Costituenti per  far rialzare l’Italia nell’ultimo dopoguerra, o la classe politica che affrontò la sfida degli anni di piombo o i patti in paesi percossi da divisioni apparentemente insanabili, come la Spagna con l’accordo della Moncloa.

Non ha senso quindi di insistere con riforme solo di facciata che, anzi, se approvate potrebbero provocare ulteriori paralisi per affrontare le riforme necessarie.

 

A proposito delle riforme necessarie

Vista la situazione da chi, come noi, risiede fuori dall’Italia, ma segue con interesse, con passione e in questi momenti con apprensione la situazione della Penisola, sembra evidente che tra i punti sui quali i partiti dovrebbero trovare i necessari accordi, ci sono:

-La riduzione del numero dei parlamentari. E’ indispensabile almeno il dimezzamento del numero di senatori e deputati, sia per ragioni economiche, sia per questioni di efficienza dei lavori parlamentari. L’Italia ha uno dei parlamenti più “pesanti” per numero di deputati e senatori, tra i paesi più sviluppati. In genere (Francia, Germania, Giappone, Stati Uniti) il numero di parlamentari oscilla tra i 500 e i 600 membri tra deputati e senatori, mentre quello dell’Argentina è di poco superiore ai 300 membri (257 deputati, 72 senatori).

In alternativa dovrebbe essere trovato un accordo per una riduzione seria –non meno della metá- del loro numero, stabilendo criteri, come gia presenti in qualche proposta di legge, come numero di abitanti o estensione territoriale.

-       Gli italiani all’estero siamo abituati a impegnarci per l’Italia, a fare la nostra parte, perciò se fosse necessario, si potrebbe anche pensare alla riduzione del numero dei parlamentari eletti all’estero, secondo quanto prevedono alcune proposte di modifica. Ma ci vorrebbe una profonda riflessione prima di prendere tale decisione, non solo e non tanto perché ognuno degli attuali 6 senatori e 12 deputati rappresentano un numero molto più alto di italiani di quanti rappresentano gli eletti in Italia, ma specialmente perché la loro presenza in Parlamento dev’essere parte del disegno geopolitico italiano. Anzi, proprio uno dei pilastri del disegno geopolitico italiano dovrebbe essere lo sfruttamento della risorsa costituita dagli italiani all’estero, perché produca benefici per l’Italia, per le comunità all’estero e per i paesi dove essi risiedono. C’è tutto da guadagnare da uno sfruttamento maturo e intelligente di questa risorsa. È chiave approfondire insieme questo discorso.

-Riduzione del costo della politica, attraverso una legge che limiti il finanziamento ai partiti che abbiano ottenuto seggi nel Parlamento, non inferiore al 30/40% del costo attuale.

-Per le altre riforme (riduzione delle regioni, abolizione  o riduzione delle province, sistema presidenzialista, ecc.), il patto dovrebbe impostarle in maniera da dargli anche all`elettorato una partecipazione importante.  

 

Non perdere più tempo: per le riforme partire dal 2018 invece del 2013

Solo un accordo tra i principali partiti, stabilendo le riforme a partire non dalla prossima, ma dalla successiva legislatura, potrebbe trovare il facile e sufficiente consenso tra i quasi mille parlamentari che dovrebbero approvarla, poichè non ci sarebbe il timore di perdere l’opportunità della riconferma elettorale, facilitando in questo modo la disponibilità d’animo degli attuali politici per accettare un accordo sulle riforme.

L’augurio è che prevalga il buonsenso. Altrimenti bisognerà ripartire daccapo nel 2013 con parlamentari  di nuovi partiti antipolitica e magari antisistema che, essendo al loro primo mandato, sicuramente penseranno che un secondo periodo almeno, è necessario per...  assicurare il cambiamento! Ragion per cui non cambierebbero niente.

O come insegnava il Principe di Salina, cambierebbero qualcosa, perché niente cambi!

 

Domenico N. G. Di Tullio


 

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del 22 maggio 2013

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