L'Argentina di origine italiana

05-11-2015 | Opinioni

Democrazia e norme elettorali

Le elezioni del 22 novembre rafforzeranno la legittimita' politica del vincitore e questo e' un bene per la salute della democrazia argentina. Di GIOVANNI JANNUZZI
Da osservatore appassionato delle cose argentine, penso che il risultato del primo turno delle elezioni presdenziali vada accolto  con soddisfazione, non per le percentuali di questo o quel candidato, per  chi ha vinto o chi ha perso (questo lo lascio a chi fa politica militante) ma per aver forzato un ballottaggio tra i due candidati piú votati. Cosí,  chi vincerá il 22 novembre avrá per lui piú della metá degli elettori e quidi sará, non solo legalmente, ma politicamente legittimato a governare. 
Per regola generale, infatti,  in democrazia si dovrebbe vincere non per effetto di artifici legali piú o meno astuti, ma per avere almeno la metá piú uno degli elettori (cosí é in quasi tutte le repubbliche presidenzialiste).  
In Argentina, colla riforma costituzionale degli anni Novanta, fu Menem  (me  lo confermó  un giorno Alfonsin) a voler abbassare la percentuale al 45%, per assicurarsi cosí la rielezione senza rischiare un pericoloso confronto con un possibile avversario.  Successivamente, la legge elettorale fu ulteriormente modificata in modo che un candidato puó addirittura vincere col 40% dei voti, se supera del 10% il secondo piú votato. In chiare lettere, puó governare contro il 60% degli elettori. Cioé, non governa la maggioranza ma quella che si usa chiamare “prima minoranza”. 
É difficile pensare che non si tratti di artifici tagliati su misura a favore di chi pensa di non avere la maggioranza ma conta sulla divisione del voto oppositore.  La legge di fatto non é scattata, né nel 2011, quando la Presidente uscente vinse con il 54% dei voti, né adesso. Ritengo che questo sia un bene per la salute della democrazia e per la legittimitá di chi sará chiamato a governare l’Argentina nei prossimi quattro anni. 
C’é chi obietta  che il ballottaggio é una specie di ghigliottina che sopprime le posizioni minoritarie, che pure hanno un certo valore. É vero per quanto riguarda le elezioni al Parlamento, dove é giusto che sia rappresentato  un ventaglio di posizioni che esistono  nella societá civile, ma  non per le elezioni a incarichi di governo.  In questi, uno solo é  al comando e deve avere per questo la legittimitá politica che viene solo dall’avere la maggioranza del Paese. Col ballottaggio, mentre al primo turno tutti hanno il diritto di esprimere la loro proposta, al secondo l’elettore ha davanti a sé una scelta chiara (puó anche astenersi o votare in bianco, ma é sempre una scelta un pó suicida). 
Tutto questo é un vero tonico per la vita pubblica. Penso che il futuro Governo e il futuro Congresso, se hanno a cuore questi valori, dovrebbero modificare le norme elettorali e adeguarle a quello che succede nella maggior parte delle democrazie presidenzialiste: si vince colla metá piú uno e se no si va al ballottaggio. E a mio avviso il sistema dovrebbe essere esteso a tutte le cariche esecutive, da Governatore a intendente. 
In Italia, la Corte Costituzionale ha sonoramente bocciato la legge elettorale berlusconiana che permetteva a una parte di governare il Paese con una minoranza di voti (nel 2013, con meno del 30%).  Al  tempo stesso, ha bocciato il sistema delle “liste bloccate” per il Parlamento, nel quale gli elettori non hanno il diritto di scegliere gli eletti, che sono di fatto indicati dai capi dei rispettivi partiti, come tuttora accade qui.  Credo che in questo i giudici compiano un ruolo essenziale di difesa, non solo della carta costituzionale, ma delle democrazia sostanziale. Chissá cosa direbbe la Corte Suprema argentina se questi temi  fossero portati al suo esame. 
 

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