L'Argentina di origine italiana

31-10-2017 | Opinioni

Autonomia o indipendenza?

Riflessioni a proposito dei referendum che si sono svolti in Catalogna e in Italia nella Lombardia e nel Veneto. Di GIOVANNI JANNUZZI

Nel mese di ottobre si sono svolti in Europa alcuni referendum regionali  che avevano in comune una certa resistenza di fronte allo Stato centrale. Il caso della Catalogna é, naturalmente, il piú clamoroso, perché la richiesta non era di maggiore autonomia rispetto a Madrid, ma di vera e propria indipendenza. E l’indipendenza é stata poi dichiarata dal Parlamento di Barcellona. I referendum svoltisi il 22 ottobre in Lombardia e Veneto hanno attirato molto meno l’attenzione, perché erano rivolti, non a separarsi dall’Italia, ma a ottenere maggiore autonomia, cioé a vedersi attribuire tutte le competenze previste dalla Costituzione, con il relativo trasferimento di risorse fiscali, ma nel quadro dell’unitá nazionale. Il Governo  di Roma si  é saggiamento detto disposto a trattare. Non per questo le domande emerse nei referendum saranno di facile composizione.  La questione fiscale sará uno scoglio assai duro. Il principio che il denaro percepito in un luogo debba essere speso in quel luogo pare giusto sulla carta, ma contraddice lo spirito di solidarietá che deve presiedere ai rapporti tra le varie parti di una Nazione. Vedremo nei prossimi mesi come evolverá la cosa ma, ripeto, non c’é da proccuparsi. Naturalmente molto dipenderá da chi governerá l’Italia dopo le elezioni del prossimi anno.

Il caso della Catalogna é infinatemente piú grave, e giustamente agita le coscienze non solo in Spagna, ma in tutta l’Europa. La Spagna é il quarto Paese europeo per dimensioni economiche, e uno dei piú democratici e prosperi del mondo.  Le sue sorti non possono lasciarci indifferenti. É naturale che milioni di argentini di origine spagnola seguano la vicenda catalana col fiato sospeso, ma anche a noi italiani la crisi preoccupa e rattrista. Italia e Spagna sono legate da vincoli storici, culturali e politici strettissimi. Non dimentichiamo che tutta la penisola iberica é stata per sei secoli una provincia romana e da Roma ha ricevuto lingua, diritto, costumi, e che nei secoli XVI e XVII la Lonbardia e il Regno di Napoli, colla Sicilia e la Sardegna, sono stati domini della Spagna, che vi ha lasciato impronte incancellabili.

Di fronte a una crisi di queste dimensioni, é doveroso prendere posizione.  Il Governo argentino lo ha fatto in modo chiaro e appropriato, come lo hanno fatto l’Unione Europea, l’Italia, gli Stati Uniti, la Germania, la Francia, l’Inghilterra. Le Autoritá di Barcellona hanno compiuto un gravissimo strappo alla Costituzione spagnola, mettendo la Catalogna e l’intera Spagna in un labirinto di cui é difficile vedere l’uscita. In superficie, puó apparire che la volontá popolare espressa nel referendum del 1 ottobre debba essere rispettata, ma é un grosso errore di ottica. Su tutto deve esempre prevalere la Legge, e in questo caso la Costituzione spagnola, che lega tutti i cittadini della Penisola, catalani compresi. Il referendum e la successiva dichiarazione d’indipendeza sono una spericolata e grave rottura della legalitá e non possono essere accettati. Altrimenti, in futuro, in qualsiasi parte del mondo, Argentina compresa, qualsiasi entitá, provinciale o magari anche solo municipale, potrá essere tentata di proclamarsi indipendente. L’unitá della Nazione é un bene supremo che va tutelato, e il Governo spagnolo ha tutte le ragioni di adottare le misure legali per difenderla, e ha in questo l’appoggio di qualsiasi Paese serio.  Una pretesa Repubblica di Catalogna non avrebbe, perció, nessun riconoscimento internazionale,  salvo forse dal Venezuela e dalla Corea del Nord. Inoltre, la minaccia di separazione dalla Spagna ha spinto centinaia di grandi e medie imprese ad andarsene dalla Catalogna, preannunciando una severa crisi economica. Anche per questo, é augurabile che a Barcellona si rinunci alle utopie pericolose e ci si aviii a chiedere, come hanno fatto in Italia Lombardia e Veneto, maggiori competenze e risorse, ma del quadro di un’unitá nazionale che deve restare intangibile.

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