L'Argentina di origine italiana

26-10-2017 | Editorial

Peccato che...

Certamente buona parte dei lettori che ci seguono sul nostro sito web o su Fb o Twitter oppure che seguono le informazioni che ci riguardano su altre testate e sui social media, sono già al corrente della modifica della Legge 459/2001, meglio nota come Legge Tremaglia, che regola l’esercizio del diritto di voto degli italiani residenti all’estero. Una modifica introdotta per via indiretta, attraverso la nuova legge elettorale valida per le elezioni in Italia, che i media hanno ribattezzato “Rosatellum bis, o Rosatellum 2.0”, dove Rosatellum viene dal nome del capogruppo del Partito democratico alla Camera, Ettore Rosato e il bis, il due o il 2.0, sta perché si tratta della seconda versione della legge, dopo la prima che fu affondata alla Camera, nel mese di giugno.

Come allora, anche per questa seconda versione si sono messi d’accordo il Partito democratico di Matteo Renzi, la Lega di Matteo Salvini, Forza Italia di Silvio Berlusconi e Alternativa Popolare, il partito del ministro degli Esteri Angelino Alfano.

Curioso, paradossale, che proprio l’on. Maurizio Lupi, esponente del partito del titolare della Farnesina (il “nostro” ministero in assenza di un dicastero per gli italiani all’estero), abbia presentato i due emendamenti che modificano la legge Tremaglia. Il primo emendamento prevede che anche gli italiani residenti in Italia possano candidarsi nella Circoscrizione Estero, precisando però che resta chiusa per gli italiani all’estero la possibilità di candidarsi in un collegio elettorale italiano. La legge Tremaglia esigeva ai candidati nella Circoscrizione Estero la residenza all’estero.

Per quanto riguarda l’altro emendamento, mentre la Legge Tremaglia prevede che chi vuole candidarsi non deve aver ricoperto incarichi pubblici nel paese di residenza nei diciotto mesi precedenti le elezioni, la modifica ora apportata ha portato quel periodo a cinque anni, periodo ridotto alla metà, rispetto ai dieci anni previsti dall’originale emendamento Lupi.

La legge elettorale per l’Italia, con questi due emendamenti che modificano la legge sul voto all’estero, è stata approvata alla Camera dai citati partiti, coi voti anche dei loro deputati eletti all’estero.

In altre parole, anche i deputati eletti all’estero nelle file del Partito democratico, e in quelli del centrodestra (un settore a “geometria variabile”, visto che tra gli eletti all’estero più di uno ha cambiato casacca).

Riportiamo in questa edizione un lungo servizio sulla vicenda. Ma ci hanno un po’ sorpreso alcune dichiarazioni. Tre per l’esattezza.

La prima è dell’on. Renata Bueno. La deputata residente in Brasile, eletta nelle liste dell’Usei (Unione Sudamericana Emigrati Italiani), saltò nei primi anni dopo la sua elezione da un gruppo parlamentare all’altro, ma in definitiva ha votato quasi tutti i provvedimenti del governo del Pd e la settimana scorsa ha dato il suo voto alla nuova legge elettorale, con gli emendamenti citati. Ma non si può dire che non ha lottato. Infatti, in un comunicato, racconta la sua battaglia contro il testo originale dell’emendamento che prevedeva dieci anni senza incarichi pubblici all’estero e lo definiva “emendamento ad-personam”, visto che lei era stata consigliere comunale a Curitiba sette anni fa. Per fortuna i suoi colleghi hanno capito la situazione dopo aver ascoltato il suo infuocato intervento e quelli di due prestigiosi costituzionalisti brasiliani i cui pareri sono stati presentati dalla deputata. Lieto fine per lei e la sua possibilità di ricandidarsi. Peccato però che non ha avuto niente da dire (o almeno non ha ritenuto importante farlo sapere tramite il suo comunicato) sull’altro emendamento, quello che apre la porta della circoscrizione all’estero ai candidati residenti in Italia, senza consentire una reciproca possibilità ai residenti all’estero di candidarsi in Italia.

Diverso l’atteggiamento dell’on. Fabio Porta, il quale, anche lui tramite un comunicato, ha spiegato il suo voto favorevole all’emendamento discriminatorio nei confronti degli italiani all’estero. “Per il regolamento vigente alla Camera - spiega il deputato Pd eletto in Sudamerica - la richiesta della fiducia, resasi necessaria per la richiesta a scopi ostruzionistici da parte dei 5Stelle di ben 102 votazioni segrete, impedisce la trattazione di merito dei singoli articoli e fa decadere eventuali emendamenti. Non è stato possibile, dunque, intervenire (come avremmo voluto e sicuramente fatto) specificamente su questo aspetto e cercare di eliminarlo dal testo.”

Stimiano la persona e apprezziamo il lavoro dell’on. Fabio Porta, ma avremmo visto con piacere un suo gesto in Aula per dissociarsi da quel voto. Non tanto per modificare un risultato che comunque sarebbe stato lo stesso, ma per dimostrare a chi sostiene il contrario, che  gli eletti nei partiti di Roma, votano secondo gli interessi degli italiani all’estero e non secondo gli ordini delle segreterie dei partiti romani. Peccato.

Un altro esponente del Pd, Eugenio Marino, ex responsabile del partito per gli italiani all’estero fino a qualche settimana fa, ha scritto un interessante articolo per la Voce di New York, nel quale, prendendo lo spunto dagli emendamenti introdotti alla nuova legge elettorale, sostiene la necessità “di convocare una nuova ‘Conferenza istituzionale degli italici e della nuova emigrazione’. Ripartiamo, aggiornandolo alla contemporaneità e proiettandolo nel futuro, dall’approccio delle Conferenze istituzionali del passato, fino all’ultima del 2000. Magari recuperando il buono di quelle volute dal ministro Mirko Tremaglia con i vari convegni degli scienziati italiani nel mondo, gli Imprenditori, gli Artisti, i Ristoratori.”. Un articolo molto interessante, del quale pubblichiamo una sintesi in questa stessa edizione.

Specificamente per quanto riguarda la nuova legge elettorale e gli emendamenti che colpiscono il voto all’estero, Marino sostiene che, al di la delle questioni prettamente costituzionali o giuridiche, “mi pongo, invece, delle domande tutte politiche. Perché è stato presentato questo emendamento dall’onorevole Lupi, visto che, secondo quanto lui stesso ha affermato in una intervista a La Repubblica, non era di interesse del suo Partito e che gli è stato chiesto dal PD di presentarlo? Perché se l’emendamento è solo un allineamento alla Costituzione, quindi condiviso con orgoglio costituzionale dal PD, non l’ha presentato il PD stesso rivendicandone paternità, necessità e approccio politico verso le comunità, come si fa per tutte le altre riforme messe in cantiere?”

“E, soprattutto, vista la portata del cambiamento di visione che questo emendamento produce nell’approccio politico verso le nostre comunità, perché non si è mai aperta prima una discussione, nel nostro Partito e nei circoli, o nel Convegno della settimana precedente (si riferisce al Convegno organizzato dal gruppo parlamentare del Pd all’estero a fine settembre, ndr), o nel Gruppo parlamentare, o almeno in quello degli eletti all’estero, quasi tutti della maggioranza di Governo? Domande che immagino rimarranno aperte. Ma per parte mia, mi assumo delle responsabilità: fossi stato in Parlamento non avrei partecipato al voto su questo emendamento, né a quello sulla fiducia e mi sarei limitato a votare solo la legge finale.”

Peccato che Marino non è un deputato del Pd eletto all’estero e che  non fa più parte della direzione del partito.

Sembra che  anche al Senato il Rosatellum 2.0 passerà coi voti dei parlamentari del Pd, Fi, Lega e Ap. Il MAIE voterà contro, ma sembra che non sarà sufficiente a convincere gli altri eletti all’estero a fare altrettanto. Peccato.

 

MARCO BASTI

marcobasti@tribunaitaliana.com.ar

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